Un progetto del
Gruppo di Documentazione
Vignolese Mezaluna

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Dramma lirico in due atti

Il campanaro di Camalò

L'ultima opera di Gazzotti

Il campanaro di Camalò è l’ultima opera di Gazzotti, completata l’anno prima della morte e rappresentata appena un mese prima.

Il libretto, di chiara impronta verista, è opera dell’amico Clemente Coen, che si impegnò moltissimo per metterla in scena il prima possibile viste le pessime condizioni di salute del compositore.

Il dramma lirico, in due atti, di stampo amoroso e dall’esito tragico, ambientato a Camalò, piccolo borgo della pianura trevigiana, si svolge tra la piazza della chiesa e il campanile.

I protagonisti sono tutti di estrazione popolare: Rosa giovane e avvenente (soprano), Biagio, campanaro e patrigno di Rosa (baritono), Beppe, amante di Rosa (tenore) e Nano, matto del villaggio (baritono). Intorno a loro si muove il coro dei paesani.

L’opera si apre con Nano, figura grottesca e bersaglio dello scherno paesano, che intona una nenia pastorale dedicandola a Santa Rosa. Questo motivetto ricorre a più riprese nell’opera, assumendo significati e declinazioni che seguono il dipanarsi delle vicende. Nel primo atto sono già contenuti tutti i nodi tematici e le tensioni che animano gli eventi: Nano è innamorato della figlioccia del campanaro, Rosa, e per questo subisce le canzonature dei giovani del borgo e del fidanzato della ragazza, Beppe. La centralità del campanile e del suo guardiano si rivela all’ingresso di Biagio: il campanaro confida a Nano l’ambiguità dei sentimenti che prova per Rosa, e apre così uno scenario di competizione su tre fronti, nel quale la volontà della protagonista, dal principio rivolta a Beppe, si smarrisce tragicamente.

Nano, invidioso di Beppe e del suo amore felice, aizza Biagio contro gli amanti rivelandogli i dettagli, l’ora e il luogo dei loro incontri segreti. Il patrigno incestuoso irrompe al convegno amoroso e aggredisce Beppe sino a farlo precipitare dal campanile. Rimasto solo con la figlioccia, tenta di aggredirla sessualmente, ma Rosa, nel tentativo di sfuggirgli, si aggrappa alla fune di una campana per invocare aiuto. Nella colluttazione Biagio ha però la meglio e, trasformata la corda in un cappio, la uccide. L’opera si chiude come è iniziata: la nenia pastorale di Nano giunge dalla piazza, riproposta identica all’apertura, e sottolinea per contrasto la tragicità e la brutalità della scena.

Il campanaro va in scena al Teatro Storchi di Modena il 2 dicembre 1922, quando la salute di Gazzotti è compromessa tanto che non riesce a seguire gli allestimenti nè a presenziare alla prima. Se i drammi Procella e Lo zingaro cieco avevano ottenuto, con sfumature leggermente diverse, giudizi largamente positivi, Il campanaro di Camalò non ebbe altrettanto successo.

Secondo alcuni l’opera era stata messa in scena in maniera affrettata sotto la spinta di Coen e dell’impresario teatrale cui si erano affidati, che forse era a corto di denaro. Il debutto era sì andato bene, ma soprattutto perché Gazzotti era largamente apprezzato nell’ambiente modenese.

Anche la scelta del direttore d’orchestra Franco Capuana (1894-1969), sarebbe stata infelice in quanto avrebbe alterato l’opera.

Sinossi

Primo atto

La scena si apre sulla piazza del paese, in un chiaro mattino di festa. Da un lato l’ingresso alla chiesa, una costruzione molto semplice e senza pretese architettoniche. A fianco della chiesa si erge il campanile, isolato dal resto dell’edificio, la cui porta dà sulla piazza.

Non è ancora l’ora della messa. Qualche raro passante e qualche donna danno vita alla piazza. Davanti alla chiesa e poco discosto dal campanile, seduto in terra in mezzo ad una larga distesa d’immagini sacre, sta Nano; la sua è una figura grottesca di mendico bigotto considerato da tutti come lo scemo del paese. Davanti a sé, quasi al posto d’onore fra le immagini dei santi, egli tiene una piccola statua di Santa Rosa, che contempla in un’adorazione quasi idiota. La contemplazione è accompagnata da una nenia religiosa, che par quasi una canzone popolare in onore della Santa.

Nano viene interrotto nella sua contemplazione da tre giovanotti, i quali principiano a prenderlo in giro con una certa insistenza, stanchi anche di dover sentire costantemente la cantilena. Nel burlarsi di Nano i tre giovanotti fanno un’allusione rivelatrice: Nano loda Santa Rosa con la sua bocca, ma è ben noto in paese che i suoi occhi, e forse anche il suo cuore, sono volti a Rosa, la figlioccia del campanaro. Nel frattempo è giunto Beppe, il quale si è unito al gruppo dei giovinotti ed interviene, rivolgendosi allo scemo, con sarcasmo e non celata ira. Anche Beppe ha contezza dell’ammirazione di Nano per Rosa, ma essendo Beppe l’innamorato di lei, la quale lo ricambia appassionatamente, non è disposto a tollerare gli atteggiamenti dello scemo. Beppe strappa la statuetta di Santa Rosa a Nano, il quale si mette a piagnucolare nel tentativo di riprendersi l’amato oggetto, tuttavia ne è incapace dal momento che i ragazzetti si sono messi a girargli attorno, separandolo così da Beppe.

In quello stesso istante fa la sua comparsa Biagio, il campanaro, un uomo non più giovane, ma ancora forte e vigoroso. Uscendo dalla porta del campanile viene ad interrompere la scena, perché infastidito dal baccano. Alla vista del torvo campanaro i tre giovanotti scappano, mentre Beppe getta in malo modo la statua a Nano, il quale riprende subito a baciarla ed adorarla, invitando Biagio a fare altrettanto. Biagio, in un momento di passione, esterna, quasi confidenzialmente, a Nano tutta la sua infelicità, data dai sentimenti contrastanti che provoca in lui la sua figlioccia Rosa. All’apice di questa straziante confessione, che Nano commenta, nonostante Biagio paia non sentirlo affatto, quest’ultimo giunge addirittura ad affermare che Rosa è solamente sua!

Biagio cerca di distrarsi dal pensiero opprimente volgendo la mente alle sue campane, dispensatrici di gioie incorruttibili, le quali paiono essere le uniche vere sue amiche, tanto che le invoca una ad una per nome: la Martinella, la Rabbiosa, la Strega e la Suora.

Biagio seguito da Nano, che intanto ha raccolto tutte le sue immagini ed i suoi ninnoli e ne ha riempito le ampie tasche della giacca, ritorna nel suo campanile dato che di lì a poco dovrà richiamare la gente alla messa. Beppe ha seguito a distanza, non veduto, il dialogo dei due e non appena li vede scomparire nel campanile si inoltra nella piazza in attesa di Rosa.

I popolani e le popolane iniziano a giungere da ogni parte, diretti alla chiesa, festosamente abbigliati e in vivace allegrezza; tra questi arriva anche un gruppo di amici di Beppe, i quali salutatolo e presolo in giro bonariamente lo invitano a non aspettare e venire con loro a messa. Beppe si unisce alla compagnia e la piazza diventa quasi deserta. Da lontano arriva Rosa, esuberante di vita e di giovinezza, con fiori tra i capelli, sulle vesti, ed un fascio di rami fioriti fra le braccia. Beppe esce quasi furtivamente dalla chiesa e raggiunge Rosa esultando: i due innamorati si abbracciano e si baciano, riconfermandosi a vicenda nel proprio amore.

Nano, circospetto e quasi strisciante, arriva fin presso ai due innamorati, che se lo vedono comparire d’improvviso; quest’ultimo inizia a rimproverarli per le loro effusioni amorose, che considera assai peccaminose e volgari, tanto più che sono innanzi alla chiesa mentre si sta celebrando la liturgia. Beppe, dal sangue caldo, inveisce contro Nano e gli ricorda che i loro abbracci e i loro baci non sono dissimili da quelli che lui riserba per la sua amata Santa Rosa. Nano, piagnucolando, nega e coglie il momento, con un certo fare maligno, per rammentare a Beppe che Biagio non vuole vedere nessuno attorno alla sua figlioccia. L’atmosfera ritorna tranquilla grazie all’intervento di Rosa, la quale, presa dalla compassione per il povero scemo, prende un fiore, dal fascio che tiene in mano, e glielo porge invitandolo a farne dono alla sua Santa. Nano, commosso e felice, prende il fiore, tuttavia il momento di riappacificazione viene interrotto dai passi di Biagio, che sta scendendo dal campanile.

I due innamorati si salutano in tutta fretta e Beppe corre via per non essere sorpreso dal campanaro. Biagio esce dal campanile sulla piazza, e si avvicina a Rosa con grande tenerezza. Abbracciandosi, e vedendo la bellezza di lei, Biagio si incupisce maggiormente ed esprime solo parte della sua tristezza alla figlioccia, la quale ingenuamente lo consola. Alle parole di Rosa Biagio si sente pieno di sentimenti contrastanti, tanto da prorompere in una quasi disperata richiesta, rivolta al Cielo, di liberazione dalla sua passione. Rosa osserva Biagio e sembra intuire qualcosa di questa passione che lo devasta. Nano richiama Biagio all’ordine: è il momento dell’elevazione e lui deve tornare sul campanile in tempo per suonare le campane. Biagio, avviandosi, saluta Rosa e le chiede perdono, con affetto, per i suoi atteggiamenti, ma Rosa risponde in maniera fredda e distaccata.

Dopo che il campanaro si è allontanato è Nano ad avvicinarsi a Rosa con un fare insinuante e grottesco; ha uno sguardo infiammato di desiderio, ed ha nell’accento un’espressione strana di passione mal repressa. Nano prende a corteggiare Rosa offrendole le sue care immagini sacre e pretendendo baci e dolci istanti, ma la giovane lo respinge con disprezzo, insultandolo e prendendosi gioco di lui e dei suoi ninnoli sacri. Beppe gli compare da dietro e, minacciandolo, lo invita ad allontanarsi da Rosa o, meglio ancora, a sparire. Nano si allontana piagnucolando; con fare impaurito va fino alla porta della chiesa, dove si siede per terra e distende nuovamente le immagini sacre per contemplarle. Mentre i due innamorati, alquanto accesi dalla passione, si appartano, le campane cominciano a squillare a festa. Dalla chiesa giungono le voci dell’assemblea, che canta con fervore, e Nano si unisce agli inni intonando la sua nenia a Santa Rosa.

Secondo atto

Triste e lugubre Biagio siede sul basso parapetto degli ampi finestroni che compongono la loggia sita immediatamente sotto la cella campanaria. Dal soffitto di legno, alquanto rozzo, sostenuto da solide travature, passano attraverso appositi fori le funi delle campane, che giungono fino al suolo, e strisciano sul tavolato del pavimento.

È sera. Il cielo si oscura lentamente. Cominciano a brillare le stelle. Dalla campagna e dalle case del paese giungono le ultime voci del giorno, lontane e indistinte. Più vicina, ma sempre molto tenue, si ode una voce sottile che ripete la strofa di una vecchia canzone:

Se fusse una dona
(che ’l ciel me perdona)
el primo zeloso
saria butà zoso
da qualche balcon.

Il campanaro figge lo sguardo lontano, nel vuoto. Poi vinto dalla solitudine e dalla tristezza, si riscuote, rammaricandosi del suo amore e della sua follia. I tormenti di Biagio vengono interrotti dal rumore dei passi di una persona che sale le scale del campanile. Fa la sua comparsa Nano, il quale, dopo che Biagio lo ha invitato ad entrare, si avvicina a lui con fare equivoco e misterioso. Lo scemo inizia a fare discorsi strani e sconnessi, alludendo ora al vespro e ora alle campane, che saranno segnale di qualcosa. Biagio, ascoltandolo, inizia a turbarsi e, insospettito dal fatto che Nano sfugge dall’incrociare il suo sguardo, gli ordina di guardarlo fisso negli occhi. Biagio, in quel momento, si spaventa: negli occhi di Nano luccica una malvagità pericolosa.

Lo scemo continua i suoi discorsi spezzettati e pieni di omissioni, tuttavia va diventando sempre più chiara l’allusione a qualcosa di preciso, ma che Nano non sembra intenzionato a voler dire esplicitamente. Biagio diventa sempre più insistente e alla minaccia di strozzarlo, se finalmente non si risolve a parlare chiaro, Nano gli spiega come ogni sera, dopo che lui ha suonato per l’ultima volta le campane, Beppe e Rosa si danno appuntamento. Le campane della sera sono per loro il segnale dell’incontro. Non appena Biagio lascia il campanile, per andare a casa, i due innamorati vi entrano e vi passano le ore della notte ad amarsi.

A sentire queste storie Biagio si altera a tal punto, che non è disposto a crederci ed imputa alla malvagità di Nano simili invenzioni, che lui viene a raccontargli unicamente per fargli del male. Così, spinto dalla voglia di picchiarlo, Biagio costringe Nano a rannicchiarsi in un angolino, ma al suono di una campana, proveniente da un altro campanile egli pare richiamato alla realtà. Attaccatosi alle funi suona a vespro, mentre Nano, ancora accoccolato in un cantuccio, borbotta delle orazioni. Dalla chiesa sottostante salgono le voci dei fedeli, che intonano un canto devozionale:

Merzè te chiamo, Vergine Maria,
merzè te chiamo, de Dio madre e sposa,
merzè te chiamo, che non trovo posa,
merzè te chiamo, per la pena mia.
Libera me per la tua leggiadria,
libera me per le sette allegrezze,
libera me per tante tue dolcezze.
Merzè te chiamo, dolze anima mia.

Nella penombra del campanile l’ira tenebrosa riprende l’animo di Biagio e, avvicinatosi con accento terribile a Nano, impone di giurargli di aver mentito. Nano giura su Santa Rosa di aver detto il vero. A questo punto ricoprendolo di improperi, per la sua cattiveria, Biagio scaccia Nano, il quale esce dalla porticina che guida giù all’uscita del campanile. Il cielo si è fatto ormai più scuro, e le stelle brillano con maggiore vivacità. La luna è sorta ed illumina la loggia attraverso l’apertura del finestrone. Tutto è silenzio. Una pace sconfinata domina l’ambiente. Biagio si sente più solo che mai, annientato sotto il peso di un dolore che non ha uguale; si trascina barcollando fino alla scaletta che conduce alle campane e, arrampicandosi lentamente, scompare nel buio della cella campanaria.

Vi è un momento di penoso silenzio, poi uno svelto scalpiccio, proveniente dalla porticina, annuncia il sopraggiungere di Rosa. La fanciulla entra circospetta, ma felice e fremente di amoroso desiderio. Pochi istanti dopo si sentono i passi di Beppe salire le stesse scale e, non appena entrato nella stanza, i due innamorati si gettano l’uno al collo dell’altra, si baciano e sognano il loro futuro, lontano da tutto e da tutti.

Un tocco di campana, secco e glaciale come una pugnalata, allibisce gli amanti. Terrorizzati si staccano l’uno dall’altra e Rosa, mentre si porta la mano all’orecchio, intima a Beppe di tacere. Il silenzio viene presto interrotto dalla voce e dai passi di Biagio che scendono le scale. Nessuno dei due amanti vuole abbandonare l’altro e così, avvicinati e stretti a reciproca difesa, si vedono comparire innanzi Biagio ricolmo d’ira. Avvicinandosi ai due strappa con un gesto violento Rosa dal fianco di Beppe e si lancia su di lui. Beppe si è ritirato sino al finestrone, sporgendosi quasi fuori dal campanile, in atteggiamento di difesa. Rosa è paralizzata dalla paura. Biagio lo raggiunge e con una violenza improvvisa spinge Beppe, che inciampando sul basso parapetto cade all’indietro e precipita giù dal campanile.

Alla vista di questa scena Rosa è caduta in ginocchio soffocata dal terrore. Dopo un momento di angoscioso ed interminabile silenzio, Biagio si rivolge a Rosa e le si avvicina con visibile e sempre crescente delirio. La confessione di Biagio è tremenda: afferrata Rosa e stringendola con tutte le sue forze, le rivela la sua passione per lei, come lo abbia consumato in tutti quegli anni e la devastazione della guerra tra i sentimenti paterni e il desiderio sessuale, sempre più impetuoso. Rosa cerca di liberarsi dalla sua morsa, ma Biagio non è intenzionato a lasciarla andare, anzi, finalmente lei può essere sua e può costringerla a soddisfare la sua perversione.

Con mossa rapida ed inaspettata Rosa si libera da Biagio e si precipita alle funi delle campane. La situazione degenera in maniera irreparabile. Nella sua distorsione Biagio legge quell’azione come un’aggressione alle sue amate campane. Rosa si aggrappa ad una delle funi e inizia a suonare nella disperata speranza che la gente accorra al campanile e scopra quello che sta accadendo. Biagio la raggiunge immediatamente, intimandole di mollare la fune, ma Rosa imperterrita continua a suonare. Furibondo come un pazzo Biagio avvinghia una fune e cinge il collo di Rosa, la quale inizia a dibattersi. Biagio però non vuole strozzarla, lascia che siano le campane a farlo. Stretto un nodo scorsoio prende di peso Rosa, ormai sfinita, e la trascina verso il finestrone. Se Rosa voleva suonare le campane ora potrà farlo, restandovi appesa impiccata. Biagio la spinge giù dal parapetto e la fune si tende disperatamente, agli strappi violenti rispondono lugubri rintocchi di campana.

Di fuori si ode la voce di Nano cantare la nenia a Santa Rosa, mentre un bisbiglio indistinto di uomini e di donne, destati nella notte dall’improvviso richiamo delle campane, si va sempre più accentuando ed avvicinando al campanile. Biagio, quasi inebetito, si avvicina barcollante alle funi delle campane. Per confondere tutte le voci che si vanno facendo più vicine e minacciose, con una risata di demente, si attacca alle funi e fa per suonare le campane, ma, dopo uno strappo, cade a terra affranto ed annientato.

Le scenografie

Le tre scenografie de «Il campanaro di Camalò» impresse nelle lastre fotografiche di Gazzotti

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Le fonti